Talian, Il Veneto in Brasile

Per coloro che hanno viaggiato in Brasile, avrà sicuramente colpito la grande quantità di Italiani, soprattutto nel sud del paese. Infatti, a partire dalla fine del 1800 fino a metà circa del 1900 oltre quattro milioni di italiano sono emigrati in Brasile. Durante questa fase, furono soprattutto Italiani delle regioni Veneto, Trento, Friuli e Lombardia a stabilirsi soprattutto negli stati del sud Santa Catarina e Rio Grande do Sul. Questo flusso migratoria ha dato vita ad un fenomeno alquanto interessante, ovvero la nascita di un dialetto veneto-brasiliano conosciuto come Talian. 

Gli italiani che arrivavano in Brasile all’epoca non parlavano italiano, ma ben sì dialetto veneto, il che risultò nel mantenimento del dialetto all’interno dei nuclei familiari. All’epoca il Brasile ospitava nel suo territorio molte più lingue oltre al portoghese, tra cui molte lingue indigene, ed il tedesco importato dagli immigrati tedeschi. Era dunque un paese dalle molte lingue che accettava grandi quantità di immigrati dall’Europa e dal mondo, e così fu più facile per il veneto sopravvivere fra le molte altre lingue e culture. Gli italiani che giunsero in Brasile all’epoca erano di classi sociali meno agiate, e quando la schiavitù venne abolita nel 1888, molti divennero braccianti nei campi e nelle coltivazioni di caffè mantenendo comunque uno status superiore ai precedenti schiavi. Molti italiani però erano commercianti, e fu proprio nell’ambito del commercio nella così detta “Regione Coloniale Italiana” nell’nord-est dello stato Rio Grande do Sul che il Talian prese forma. Il Talian si sviluppò attraverso le interazioni commerciali fra i vari italiani della regione che, parlando veneto, lombardo e altri dialetti del nord Italia mischiati al portoghese, crearono una koiné che divenne così una lingua di comunicazione commerciale fra coloro che si erano insediati nel paese. Koiné è un termine che indica una lingua franca che si sovrappone ai dialetti da cui deriva in determinato territorio. Il veneto rimase il dialetto dominante in questo processo, essendo anche i veneti la popolazione maggiore, e dunque oggi chiunque ascolti in Talian può immediatamente riconoscere il tipico accento veneto. Accanto al Talian, altri dialetti italiani persisterono, creando nelle comunità di immigrati un trilinguismo basato sul Talian, il dialetto specifico della regione d’origine, ed il portoghese. 

A livello linguistico il Talian è una vera e propria mistura di tratti linguistici presi dal vicentino, il padovano, il trevigiano, ed il feltrino-bellunese, ma presenta la struttura morfologica, lessicale e fonologica del veneto. Insieme a queste caratteristiche dialettali italiane, si aggiungono vocaboli portoghesi specialmente per indicare quegli oggetti o situazioni non esistenti nel paese di origine dei dialetti e di conseguenza non presentiti nel lessico dei dialetti stessi. Abbastanza interessante e l’adattamento di tali parole portoghesi all’accento veneto, processo che avviene durante l’integrazione di queste parole nella koinè. Il Talian fu codificato grammaticalmente costruendo una vera e propria struttura della lingua e ne furono fatti persino due dizionari. 

Il Talian, come tutte le altre lingue al di fuori del Portoghese, fu soggetto di discriminazione durante la dittatura di Getúlio Vargas. Vargas durante il suo periodo al potere iniziò un’operazione di pulizia linguistica nel tentativo di formare una unica identità Brasiliana basata sull’eredità elitista coloniale portoghese, similarmente a come fece Mussolini in Italia negli anni del fascismo. Così, durante gli anni dello “Estado Novo” (1937-1945) venne istituito il “reato idiomatico” per coloro che non utilizzavano la lingua di stato, il portoghese. In questi anni, molte lingue indigene si estinsero e con loro molti dei dialetti portati dall’Europa. Ciò nonostante, il Talian si mantenne grazie ai forti legami familiari e comunitari. Oggi in Brasile esistono circa trecento lingue indigene e poche altre di origine Europa, le quali, come il Talian, mantengono comunque uno statuto sociale migliore a confronto delle altre lingue indigene ancora oggi discriminate. Nel corso degli anni infatti, il Talian venne riconosciuto come patrimonio linguistico degli stati di Rio Grande do Sul e di Santa Catarina nel 2009, e nel 2014 fu dichiarato patrimonio culturale del Brasile in quanto parlato da circa 500.000 persone. In seguito agli anni di repressione, il Talian è oggi considerato un bene da proteggere, e conta molte produzioni culturali fra cui un giornale intitolato “Brasil Talian” che punta alla diffusione della lingua. 

È dunque curioso scoprire che esiste un dialetto veneto è parlato da circa 500.000 in Brasile che è riconosciuto e tutelato ufficialmente come lingua in Brasile, dando un valore diverso ai dialetti spesso trascurati in Italia. Per coloro che fossero curiosi di approfondire sull’argomento, esiste un sito chiamato Brasil Talian con una vera e propria radio, che offre canzoni, racconti e curiosità sul dialetto Talian, proponendo dei contenuti davvero singolari. 

Eccone un esempio: Traduzione in Talian della canzone O sol se põe.

Fonte: http://www.brasiltalian.com/ 

El sole tramonta e sona la campana

Son la campana del’Ave-Maria

Tornemo casa dopo del lavoro

sentindo qua rentro una grande alegria.

Rit: Quando a la sera par la Madona

Si resta la fora ensieme a pregar

L’è tanta emossion che si sente nel peto

Che fin una làcrima vuole cascar. (due volte)

Me fa ricordar dai tempi da bambini

Tanti momenti de grande splendor

La nostra casa, i campi, el tramonto

Che incoi portemo ricordi nel cuor.

Rit: Quando a la sera par la Madona

Si resta la fora ensieme a pregar

L’è tanta emossion che si sente nel peto

Che fin una làcrima vuole cascar. (due volte)

Maria ntei miei òcci mi sguarda ntel fondo

La vuole parlar che manca libertà

ga gente che parte e che more di fame

Ocore vardar con piu fraternità.

Rit: Quando a la sera par la Madona

Si resta la fora ensieme a pregar

L’è tanta emossion che si sente nel peto

Che fin una làcrima vuole cascar. (due volte)

Divertirsi a Carnevale con le arance!

In giro per il mondo, nella maggior parte dei paesi cristiani, febbraio è il periodo delle feste di Carnevale. Dal famosissimo carnevale di Rio de Janeiro, ai carnevali in Germania, in questo periodo si ospita quella che di certo è la festa più divertente e giocosa dell’anno. In Italia, la tradizione di Carnevale è molto sentita, ed ogni regione con le proprie tradizioni sfoggia ogni anno una moltitudine di festeggiamenti sempre molto particolari. Dopo il conosciutissimo carnevale di Venezia, con le peculiari maschere che attraggono migliaia di turisti da tutto il mondo, il Carnevale di Ivrea è sicuramente il secondo in Italia per particolarità e valore tradizionale.

IVREA

In realtà, precisando, il carnevale di Ivrea, caratterizzato dalla battaglia delle arance, è l’unico carnevale con una struttura tanto complessa e dei fattori storici tanto importanti, presentando una vera e propria trama che ogni anno viene replicata nell’arco di una settimana.

Per capire a pieno le festività di Ivrea bisogna raccontare l’origine storica della tradizione risalente al Medioevo. Tutto cominciò quando Federico Barbarossa mise al trono della città il tiranno Ranieri di Biandrate che governò con violenza opprimendo il popolo che nel 1194 insorse distruggendo il castello, simbolo nel regno Di Biandrate. La storia si ripetette nel 1266 con il despota Guglielmo di Monferrato, a cui venne riservato lo stesso trattamento. Con gli anni ed i secoli queste due figure si unirono nell’immagine del tiranno della città. La storia racconta che il tiranno si riservasse il diritto di praticare l’usanza del “jus primae noctis”, ovvero il diritto di passare la prima notte di nozze con le spose novelle della città. Un giorno però, la figlia del mugnaio Violetta si ribellò al tiranno assassinandolo con un coltello che portava nascosto nelle vesti. Violetta mostrò in seguito la testa mozzata del tiranno dal balcone del castello, atto che scatenò l’ira del popolo che insorse distruggendo il Castello. L’insurrezione del popolo è oggi rappresentata con la simbolica Battaglia delle Arance: una rappresentazione storica con i personaggi dei soldati sui carri rappresentando gli oppressori e gli aranceri a piedi rappresentando il popolo insorgente.

Inizialmente, ogni rione (o quartiere storico) festeggiava il proprio carnevale con grande rivalità, infine nel 1808, sotto l’impero napoleonico, vennero unificati i carnevali la cui organizzazione venne data ad un gruppo di cittadini scelti. Fu da questo momento che venne adottato l’utilizzo della divisa napoleonica durante la celebrazione del Carnevale e venne introdotta la figura del Generale, seguito dall’Aiutante Capo e gli Ufficiali di Stato Maggiore. In seguito, nel 1858 il Generale venne affiancato dalla figura della Mugnaia che rappresenta lo spirito ribelle del popolo di Ivrea, e venne introdotto l’obbligo di indossare il Berretto Frigio, berretto rosso simbolo della libertà derivante dalla tradizione rivoluzionaria francese, oggi indossato per evitare di essere vittima del lancio delle arance.

La metà dell’ottocento è anche il periodo al quale risale la tradizione del lancio delle arance, inizialmente fatto dai balconi sui passanti e viceversa. Con il tempo quest’usanza si trasformò in una vera e propria guerriglia urbana che le autorità non riuscirono mai a reprimere. Fu negli anni 1950 che la Battaglia assunse la sua moderna organizzazione composta da diverse squadre di lanciatori di arance a piedi combattendo contro le squadre sui carri trainati da cavalli. Il Carnevale di Ivrea è una vera pe propria manifestazione popolare che celebra le radici e la storia della città di Ivrea, il quale comune supporta interamente il costo della celebrazione, inclusa la quantità di arance che ammonta intorno ai 3.6000 quintali.

Una delle grandi particolarità delle celebrazioni di Ivrea, oltre alla Battaglia delle Arance, è l’importanza a definizione della moltitudine dei caratteri del Carnevale. La Mugnaia è sicuramente la figura più carismatica, rappresentante dello spirito ribelle del popolo. La storia racconta che sotto il regno di Ranieri di Biandrante la giovane mugnaia Violetta avesse promesso allo sposo che non avrebbe accettato di sottoporsi alla “jus primae noctis”, e quando dovette presentarsi al marchese usò un pugnale che aveva nascosto nell’abito per ucciderlo e decapitargli la testa che mostrò inseguito al popolo. Quel gesto eroico fu il segnale per l’inizio della rivolta che portò alla distruzione del Castello che non fu mai più ricostruito, e Violetta divenne la giovane che liberò il popolo. Ma siccome dietro ad ogni leggenda si nasconde un po’ di verità, pare che ad Ivrea sia davvero avvenuta una rivolta, anche se probabilmente scaturita dall’aumento delle tasse sul macinato.

Inseguito c’è la figura del Generale e lo Stato Maggiore, che risalgono e rappresentano il periodo napoleonico della città. Il Prefetto, preoccupato con la sicurezza della popolazione durante la Battaglia, decise di stabilire lo Stato Maggiore che si occupa dell’organizzazione del Carnevale.  Affiancati a queste personalità ci sono il Podestà, capo della città per il tempo del Carnevale, che viene eletto dal consiglio dei Credendari. Seguendo la tradizione, durante i giorni di Carnevale il sindaco della città conferisce tutti i suoi poteri allo Stato Maggiore che governa la città fino al finire delle celebrazioni. Oggi questo passaggio di poteri è puramente simbolico ma ancora esistente. Sempre parte del “governo carnevalesco”, appare il Sostituto Gran Cancelliere il quale registra tutte le cerimonie del Carnevale. Il podestà inscena la presa del castello attraverso la cerimonia in cui vengono lanciati nel fiume dei frammenti del “Castellazzo”. Un’altra figura caratteristica del carnevale sono gli Abbà, dieci bambini in colorati costumi del rinascimento che rappresentano le cinque parrocchie di Ivrea e sfoggiano uno spadino su cui viene infilzata un’arancia, un richiamo alla testa mozzata del tiranno. Il martedì grasso sono gli Abbà ad accendere il fantoccio simboleggiando il despota.

Durante la celebrazione si possono apprezzare anche la sfilata dei pifferi e dei tamburi, colonna sonora delle feste, accompagnati dagli Alfieri che aprono la Marcia di Carnevale di Ivrea, portando le bandiere delle varie parrocchie della città. Queste tradizione fu quasi persa nel tempo, ma nella fine degli anni 1990, un gruppo di giovani decise di ravvivare questa tradizione reintroducendo quello che oggi è uno spettacolo notevole.

La celebrazione del Carnevale segue una rigida programmazione i cui giorni variano ogni anno. Quest’anno le celebrazioni cominciano domenica 28 gennaio con le Fagiolate di Bellavista e San Giovanni, il simbolico passaggio del Libro dei Verbali del Gran Cancelliere al nuovo Cancelliere, e la sfilata del Corteo Storico. In seguito, dalla domenica 4 a mercoledì 14 la città di Ivrea ospiterà un susseguirsi di varie celebrazioni che terminano con una Battaglia di Arance di tre giorni (11,12 e 13 febbraio). Per via della grande quantità di partecipanti che questa famosa battaglia attrae, oggi ci sono liste a numero chiuso alle quali bisogna iscriversi per poter far parte delle squadre. Alla fine della Battaglia, una squadra viene nominata vincitrice in base a tattica, spirito di squadra a rappresentazione della vitalità della città. I combattenti della Battaglia condivido un tacito accordo di spirito di fratellanza, sportività e “non violenza”, ovvero ricordando che l’intendo della celebrazione è il divertimento e non di ferire l’avversario.

Dunque, se mai vi trovate nelle vicinanze di Ivrea nel periodo di Carnevale, vi consigliamo vivamente di prendere parte a questa celebrazione unica al mondo per la sua complessità storica e per la sua vivacità, e non vi preoccupate, gli spettatori sono debitamente “protetti” da reti metalliche ai lati delle strade.

Per dettagli specifici sui vari giorni del Carnevale, consultare la guida di Torino. https://www.guidatorino.com/lo-storico-carnevale-di-ivrea-e-la-battaglia-delle-arance/

A cura di Sophie Pizzimenti dall’Italia

La Befana: viaggiando nelle tradizioni del Natale italiano

L’Italia è senz’altro un paese famoso per le innumerevoli feste popolari spesso rievocate con costumi e cerimonie particolari. Durante il

befana

periodo natalizio, oltre alla classica e conosciuta celebrazione del Natale, in Italia si celebra la festa della “Befana”.

La Befana è un personaggio appartenete alla cultura popolare italiana legata alla festa dell’Epifania festeggiata il 6 gennaio, giorno in cui i Re Magi si recano dal Bambino Gesù portando regali. La storia della Befana ha origini antiche e legate a diverse culture magiche, ragione per cui esisto varie leggende sull’origine del personaggio celebrato in tutta Italia.

Il carattere femminile che nella notte fra il 5 e il 6 gennaio si dice porti dolci ai bambini con la sua scopa volante, risale alla credenza degli antichi romani secondo i quali nelle notti di fine inverno sorvolavano i campi giovani fanciulle che propiziavano il raccolto. Si pensava che le giovani donne fossero guidate dalla dea Diana, dea romana della vegetazione. In altri racconti sempre dell’antica Roma, si dice che le giovani voltanti fossero guidate da Satia, divinità della sazietà (da latino satiaetas). Queste credenze risalgono dunque al X-VI secolo a.C associate al ciclo delle stagioni e al calendario romano che celebra la fine dell’anno solare e la rinascita di Madre Natura dodici giorni dopo il solstizio invernale.  In altre leggende, la befana è una donna di brutto aspetto che rappresenta la natura ormai spoglia e stanca che passa portandosi via l’anno passato, lasciando posto al nascere nuovo anno. Per questa ragione, in alcune parti dell’Italia, la Befana è un personaggio sacrificale che viene bruciato per dare inizio all’anno nuovo.  In oltre, la Befana si dice richiami figure della mitologia germanica, Holda e Berchta, personaggi femminili sempre rappresentanti la natura invernale. La-Befana

Tutte queste credenze si intrecciarono con il passare dei secoli, e vennero in seguito alterate dall’arrivo del cristianesimo. Inizialmente, a partire del IV secolo d.C, il cristianesimo condannò tutte le feste pagane esistenti nell’Impero Romano tentando di eradicarle dalla cultura popolare. Con il trascorre degli anni però, la festa dell’Epifania fu inclusa nella tradizione cattolica e la Befana divenne una figura femminile rilegata ai Re Magi. La storia narra che i Re Magi, in cammino per portare i regali al bambino Gesù, si persero e chiesero aiuto ad un’anziana signora sulla strada. La signora però, non conoscendo la strada che i Re Magi dovevano intraprendere, li invitò a rimanere per la notte nella sua casa e ripartire il giorno dopo, quando trovare la strada sarebbe stato più facile. Il giorno dopo, i Re Magi la invitarono a proseguire con loro per andare ad omaggiare il bambino Gesù, ma la vecchia signora rifiutò. Dopo poco tempo, si pentì della sua scelta e decise de andare alla ricerca del bambino Gesù per portargli doni, ma fu incapace di trovare la strada giusta. Così da allora, la vecchina si aggira di casa in casa portando regali a tutti i bambini per farsi perdona per il torto commesso.

Nel periodo del regime fascista, fu introdotta la celebrazione della Befana fascista, giorno in cui venivano distribuiti regali ai bambini di classi social più povere.

Oggi, la Befana è un personaggio amato dai bambini, raffigurato come una vecchia signora con un grosso naso, vestiti sgualciti, una sciarpa intorno alla testa, uno scialle sulle spalle, scarpe rotte e un grosso sacco ripieno di dolci. Da questa rappresentazione nasce la canzoncina “La befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte, con le toppe alla sottana, viva viva la Befana”. È un personaggio che oscilla fra l benigno ed il dispettoso, che porta dolci ai bambini che sono stati buoni durante l’anno e carbone (in realtà sono cubetti di zucchero nero) a quelli cattivi. Il rituale compiuto dai bambini di quasi tutta Italia consiste nell’appendere una calza al camino, o in un altro luogo della casa dove la Befana potrebbe entrare e riporre i dolci nella calza la notte fra il 5 e il 6 gennaio, ed il 6 mattina i bambini scoprono se hanno ricevuto dolci o carbone.

Nelle diverse regioni d’ Italia, l’Epifania è celebrata in diversi modi, in accordo con le leggende popolari del luogo legate alla notte “della Befana”. Nel Nord-Est italiano, specialmente in Veneto, il giorno dell’Epifania viene acceso un grande falò chiamato “panevin”. Il falò simboleggia il cancellare tutti gli avvenimenti negativi dell’anno passato, e nelle fiamme le persone cercano auspici per l’anno nuovo. In provincia di Ravenna, il 5 gennaio si festeggia la Nott de’ Bisò con il “Niballo”, un fantoccio che viene bruciato simboleggiando la distruzione delle avversità dell’anno passato. A Firenze invece, l’Epifania è celebrata con una rievocazione dei Re Magi cavalcando per la città, e con uno spettacolo degli sbandieratori on Piazza della Signoria. Nella zona di Matera, nel sud dell’Italia, la notte del 5 gennaio è la notte in cui i defunti ritornano dai propri cari e portano doni. In questa notte, le persone si vestono di scuro con mantelli e barbe bianche, camminando per strada con delle lanterne e catene spezzate ai piedi.

L’Epifania è l’ultima delle festività natalizie, da dove deriva il detto “L’Epifania tutte le feste porta via”, e segna l’inizio del periodo di Carnevale.

Curiosità:

In Toscana, a Firenze, esistono i “Befani “, uomini che accompagnano la befana per le strade della città cantando canzoni maremmane e augurando “buona Pasqua” (simboleggiano l’inizio del periodo di Carnevale e l’avvicinarsi della Pasqua).

Alcune credenze sostengono che la Befana sia la moglie di Babbo Natale.

La Befana è spesso erroneamente rappresentata come una strega volando su di una scopa, con un cappello appunta. La rappresentazione leggendaria vuole che la strega abbia un fular o una sciarpa intorno al capo, e voli sulla scopa presa al contrario.

Giovanni Pascoli, uno dei maggiori esponenti della poesia italiana, scrisse una poesia intitolata “La Befana”:

 

  Viene viene la Befana,
vien dai monti a notte fonda.
Come è stanca! la circonda
neve, gelo e tramontana.
Viene viene la Befana.

Ha le mani al petto in croce,
e la neve è il suo mantello,
ed il gelo il suo pannello,
ed è il vento la sua voce.
Ha le mani al petto in croce.

E si accosta piano piano
alla villa, al casolare,
a guardare, ad ascoltare,
or più presso or più lontano.
Piano piano, piano piano.

Che c’è dentro questa villa?
Uno stropiccìo leggero.
Tutto è cheto, tutto è nero.
Un lumino passa e brilla.
Che c’è dentro questa villa?

Guarda e guarda… tre lettini
con tre bimbi a nanna, buoni.
Guarda e guarda… ai capitoni
c’è tre calze lunghe e fini.
Oh! tre calze e tre lettini…

Il lumino brilla e scende,
e ne scricchiolan le scale:
il lumino brilla e sale,
e ne palpitan le tende.
Chi mai sale? Chi mai scende?

Coi suoi doni mamma è scesa,
sale con il suo sorriso.
Il lumino le arde in viso
come lampada di chiesa.
Coi suoi doni mamma è scesa.

La Befana alla finestra
sente e vede, e si allontana.
Passa con la tramontana,
passa per la via maestra:
trema ogni uscio, ogni finestra.

E che c’è nel casolare?
Un sospiro lungo e fioco.
Qualche lucciola di fuoco
brilla ancor nel focolare.
Ma che c’è nel casolare?

Guarda e guarda… tre strapunti
con tre bimbi a nanna, buoni.
Tra le cenere e i carboni
c’è tre zoccoli consunti.
Oh! tre scarpe e tre strapunti…

E la mamma veglia e fila
sospirando e singhiozzando,
e rimira a quando a quando
oh! quei tre zoccoli in fila…
Veglia e piange, piange e fila.

La Befana vede e sente;
fugge al monte, ch’è l’aurora.
Quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente.

La Befana sta sul monte.
Ciò che vede è ciò che vide:
c’è chi piange e c’è chi ride:
essa ha nuvoli alla fronte,
mentre sta sul bianco monte.

 

 

Lo Staffa di Partenope

La Biennale di Venezia: Un’immersione nell’incredibile mondo dell’arte nella città sospesa sull’acqua.

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La Biennale di Venezia, che quest’anno festeggia 122 anni di esistenza, è un’esposizione d’arte che si è affermata nel corso degli anni come promotrice di innovazioni artistiche, sempre all’avanguardia, richiamando artisti e spettatori da tutto il mondo nell’incredibile città di Venezia. La sua multidisciplinarità, internazionalismo e grande varietà di opere proposte, dalla danza, al cinema, all’arte figurativa propongono uno spettacolo sorprendente ed unico.

Inaugurata per la prima volta 1894 dall’amministrazione di Venezia sotto il sindaco Riccardo Selvatico, la Biennale di Venezia fu ideata per dare spazio all’arte più contemporanea di artisti selezionati da una giuria ed invitati ad esporre. La mostra sin da subito ha riservato un’area per artisti internazionali, che con il tempo si è espansa fino a dare vita ai Padiglioni Nazionali che oggi ospitano Albania, Argentina, Cile, Repubblica Popolare Cinese, Croazia, Emirati Arabi Uniti, Filippine, Georgia, Indonesia, Irlanda, Italia, Repubblica del Kosovo, Lettonia, Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, Malta, Messico, Nuova Zelanda, Peru, Singapore, Repubblica di Slovenia, Repubblica del Sudafrica, Tunisia e Turchia. Nel 1910 la Biennale cominciò ad ospitare i primi artisti internazionali di grande rilievo, tra cui Klimt, Coubert, Renoir. Fatto curioso, in quell’anno la giuria decise di non esporre un’opera di Picasso, temendo fosse troppo all’avanguardia e avrebbe potuto scioccare i visitatori. Durante il periodo della prima Guerra Mondiale, fra gli anni 1916 e 1918 la Biennale non si tiene, ma riapre nuovamente nel 1920 introducendo le prima avanguardie artistiche che crearono le fondamenta dello stile di sfida e a volte azzardato della Biennale. A partire dal 1930, la Biennale viene finanziata dallo stato Fascista che offre sostanziosi finanziamenti per introdurre nuove discipline, e nel 1932 ha luogo la prima esposizione internazionale cinematografica al mondo alla quale il miglior film è premiato con il tanto desiderato Leone D’oro. Oggi il festival del cinema di Venezia è uno dei più rinomati al mondo, ed ospita le star più famose del mondo cinematografico. Ed è stato testimone di avvenimenti centrali della storia del cinema. Purtroppo i fattori storici portano la Biennale di Venezia a chiudere nuovamente fra il 1943 e il 1945 a causa dello scoppio della seconda Guerra Mondiale, e viene riaperta lentamente nel 1946. Dal secondo dopo-guerra, la Biennale riprende ingrandendosi, invitando artisti sempre più conosciuti e diventa un punto di referenza per gli intenditori di arte contemporanea. Fu proprio la Biennale ad introdurre per la prima volta la Pop Art Americana in Europa nel 1964. In seguito ad alcune contestazioni riguardo all’elitismo della manifestazione artistica, la Biennale che fino al quel momento aveva assegnato un premio alla miglior opera esposta decise di non conferire più il Grande Premio (che viene in seguito re-introdotto), viene però mantenuta la premiazione per il festival della Musica e del Cinema. Viene inoltre introdotta l’iniziativa di avere dei temi per ogni Biennale, fra i più diversi ad a volte anche politici, come nel 1974 quando le manifestazioni presero il titolo di Libertà per il Cile. È anche in questi anni che la Biennale apre lo spazio dell’Arsenale, il padiglione più grande della Manifestazione, situato in ex-fabbriche situate sul bordo dell’acqua, creando luoghi architetturalmente suggestivi. Negli anni più recenti dei 2000, la Biennale si afferma definitivamente come manifestazione artistica mondiale, con la partecipazione di 85 paesi nel 2017, facendo record di affluenza di spettatori stranieri e viene registrato il record di 115.000 visitatori nell’Arsenale dei Giardini nel 2004. Inoltre, la Biennale apre le porte a spettacoli di musica, teatro e danza dal vivo, e spazi dedicati ai giovani, come Il Carnevale Internazionale dei ragazzi a la Biennale College. Essendo la Biennale sempre incline ad oltrepassare la linea del già conosciuto e già visto nel mondo dell’altre, è spesso stata teatro di “scandali”. Come quando, negli anni 30’ fu proiettato al festival del cinema il film Estasi, censurato in diversi paesi in quanto appariva la prima scena di nudo integrale della storia del cinema. Eppure, prima di creare la propria fama di avanguardista, la Biennale di Venezia rifiutò di esporre le opere futuriste negli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale, portando l’artista Marinetti a scrivere un discorso contro le pratiche conservatrici ed elitiste che distribuì nella piazza di San Marco.

Oggi la Biennale di Venezia ospita sette settori principali: arte, architettura, cinema, danza, musica, teatro, e l’archivio storico dove sono conservate tutte le documentazioni delle varie manifestazioni partendo dal 1895. La Biennale di Venezia offre visite guidate per scoprire la storia e i luoghi durante le mostre, oltre a lezioni e seminari per le università e workshop interattivi. Gli spazi che ospitano le esposizioni e le attività sono diversi e tutti con un’eleganza distinta. Le esposizioni di arte e architettura si trovano nei Giardini della Biennale e nell’Arsenale spazi espositivi; le Manifestazioni di danza, musica e teatro si trovano al palazzo Ca’ Giustinian, e all’Arsenale; mentre il festival del cinema si tiene nel Palazzo del Cinema, Palazzo del Casinò, Palabiennale, Sala Giardino più alcune aree esterne.

La Biennale di quest’anno si svolge dal 13 maggio al 26 novembre intorno al tema VIVA ARTE VIVA, annunciato dalla curatrice Christine Macel con questa dichiarazione: “L’arte di oggi, di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo, testimonia la parte più preziosa dell’umano in un momento in cui l’umanesimo è seriamente in pericolo. È il luogo per eccellenza della riflessione, dell’espressione individuale e della libertà, così come dei fondamentali interrogativi. È un “sì” alla vita, a cui certamente spesso segue un “ma”. Più che mai, il ruolo, la voce e la responsabilità dell’artista appaiono dunque cruciali nell’ambito dei dibattiti contemporanei.” Per visitare la Biennale, dopo essersi recarsi a Venezia, è possibile comprare i biglietti per i diversi giorni, attività o esposizioni sul sito nella sezione agenda, dove sono elencati tutti gli avvenimenti e i loro rispettivi luoghi anche se bisogna affrettarsi per riuscire ad andare agli avvenimenti più esclusivi. È inoltre già disponibile la lista dei leoni d’oro assegnati per ogni disciplina, per non perdersi le opere più importanti della manifestazione artistica. Se siete abbastanza fortunati, vi potrete persino imbattere in celebrità di tutto il mondo, di ogni ambito venuti a fare un’immersione del mondo dell’arte. Oltre alla Biennale ufficiale, per tutta la durata del festival artistico, la città di Venezia accoglie eventi non ufficiali degni di nota, feste, esposizioni, ed ogni tipo di manifestazione artistica in una città già magica ed incantevole.

Per scoprire cosa offre quest’anno la Biennale, e comprare i biglietti, basta andare sul sito ufficiale della biennale: http://www.labiennale.org/it

Inoltre, per alcune curiosità sulla mostra del cinema di Venezia date uno sguardo a questo breve video:

Lo staff di Partenope

Vedi Napoli e poi muori

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Vedi Napoli e poi muori è il famoso detto con cui si risaltava la bellezza incomparabile della città del sud lodata a turno da grandi scrittori e viaggiatori.

Napoli, città del sud Italia, quel sud apostrofato dal Goethe del Wilhelm Meister attraverso le parole di una nostalgica Mignon come “Das Land, wo die Zitronene blühn”, la terra dove crescono i limoni.

Molti studenti in viaggio in Italia spesso si fermano a Napoli per due o al massimo tre giorni e ci viene chiesto cosa vedere e cosa fare nel tempo a disposizione.

Esistono degli itinerari canonici come quelli suggeriti dal blog di viaggi “Luoghi da vedere” che elenca una serie di luoghi, musei palazzi o monumenti imperdibili. Questo vale se siete il tipo di turista che vuole a tutti i costi mettere una X sui luoghi di maggiore interesse indicati dalle mappe turistiche.

Noi al contrario indichiamo un itinerario per due giorni con l’intenzione di avere un’idea generale della città  e lasciarsi anche un po’ trasportare dai rumori, sapori, odori e suggestioni. Insomma non vi proponiamo un itinerario per vedere tutto, bensì piccoli suggerimenti di esperienze divisi per aree della città. I suggerimenti che vedete potrete combinarli in forma diversa.

Centro Storico:

napoli-centro-storico-vicoliUna passeggiata per il centro storico dei Napoli è d’obbligo. Attraversare Spaccanapoli, l’antico decumano inferiore corrispondente ancora al tracciato greco-romano della città, vi farà immergere nella Napoli verace dei vicoli con i panni appesi ad asciugare. Un’esperienza unica che vivrete semplicemente passeggiando, dove agli odori intensi della città provenienti dai numerosi bar di sfogliatelle (tipico dolce napoletano) e dalle pizzerie  si unisce la “vivência” di un popolo caloroso e disponibile, con numerosi venditori di strada e via vai di persone dovuto alla massiccia presenza di edifici universitari. Passando per Spaccanapoli, la strada che divide la città da est a ovest unendo la parte collinare alla parte marittima, non dimenticate di visitare San Gregorio Armeno (il vicolo dei Pastori) dove si celebra l’antica tradizione del presepe artigianale napoletano, la Cappella San Severo (itinerario ricco di leggende esoteriche) e piazza del Gesù, vecchio luogo di incontro della Napoli alternativa dove potrete dare una sbirciata al chiostro maiolicato di Santa Chiara e alla chiesa del Gesù Nuovo, immergendovi nelle credenze e nelle superstizioni di un popolo altamente religioso.

Se siete al centro storico di mattina e volete mangiare una pizza per vicinanza di area vi consigliamo la pizzeria Dal Presidente nell’antichissima via dei Tribunali, economica e ottima, l’unica cosa non potrete dilungarvi molto ai tavoli, la folla spinge per il proprio turno. Se vi trovate in zona centro storico verso il pomeriggio, a livello gastronomico vi consigliamo il tipico aperitivo italiano con uno Spritz, del buon vino o un martini a piazza Bellini, raduno giovanile nei pressi dell’accademia delle Belle Arti e del conservatorio musicale di Santa Cecilia (si raggiunge salendo una delle trasversali di Spaccanapoli, via San Sebastiano antica strada degli strumenti musicali).

Zona Mare:

Una passeggiata sul lungo mare di Mergellina è d’obbligo, già da maggio l’estate la fa da padrona e si cominciano a vedere gruppi di scugnizzi fare il bagno a mare tuffandosi dagli scogli. Se decidete di andare verso il mare a continuazione della passeggiata al centro storico, da piazza del Gesù potete percorrere Via Roma, la via dello shopping e giungere a piazza del plebiscito, la piazza con l’elegante chiesa San Francesco di Paola, dove si raccoglieva il popolo per ascoltare il re dal palazzo reale. Nella stessa area si trova un’altra piazza famosa (piazza Municipio) sede della residenza reale della famiglia francese D’angiò, il castello infatti è conosciuto come maschio Angioino, all’interno si possono visitare le antiche segrete del castello dove oltre a vedere ancora le ossa dei prigionieri politici della Congiura dei Baroni contro Ferdinando d’Aragona (1485), si dice che la Regina Giovanna di Durazzo tenesse nascosti i suoi amanti che una volta lasciati gettava in pasto ad un coccodrillo che si trovava in una botola connessa al mare, esattamente sotto alla pavimentazione delle segrete. Tra una residenza reale e l’altra si trova quasi come una fascia divisoria il più antico teatro d’opera del mondo (1737) Il teatro San Carlo, nelle vicinanze lo storico caffè Gambrinus luogo di incontro della Belle Epoque e il caffè del professore dove potrete bere l’espresso più gettonato della città. Passeggiando passeggiando in direzione del mare passerete vicino al Castel dell’Ovo altro residenza reale sfarzosa, le cui fondamenta, secondo la leggenda, si posano su un uovo. Maestoso e possente se ne salirete le terrazze potrete godere della vista del golfo di Napoli e del Vesuvio con il richiamo delle Isole di Capri, Ischia e Procida.

Posillipo:

Alla fine del lungo mare di Mergellina inizia la salita di Posillipo, quartiere collinare della Napoli bene, che rappresenta a pieno il rigoglio della vegetazione del Mediterraneo con i suoi alti e vecchi pini marittimi e la sua roccia che cade a picco nel mare. Se fate una passeggiata a Posillipo non dimenticate di andare al Parco Virgiliano caratterizzato da una vegetazione bassa e di un verde intenso tipica della macchia mediterranea, dove al colpo d’occhio del verde che si posa sulla pietra di tufo giallo si aggiunge l’inebriamento degli odori: timo, lavanda, rosmarino.

Concludendo:

Restano fuori tante cose come la Pinacoteca di Capodimonte, il museo archeologico nazionale, Pozzuoli, Pompei, Ercolano, la collina del Vomero con il castel San Telmo e e taaaaaaaaaanto altro, ma crediamo che il viaggio sia soprattutto esperienze, momenti e incontri di persone, abbiamo suggerito poche cose con l’intenzione di far  cogliere lo spirito e un poco dell’essenza di una delle città più belle del sud Italia crocevia storico di popoli e culture.

Per chiunque dovesse recarsi a Napoli e volesse usufruire dell’appoggio di una guida o un tutor locale potrà ricevere supporto e indicazioni da Itálica scrivendo a italicainfo@gmail.com , si potrà indicare all’occorrenza anche un corso di italiano in loco.

Vi lasciamo con una domanda di curiosità? Sai qual’è il secondo nome di Napoli?

Clicca per sapere la risposta.

Lo staff di Itálica.

Entrevista a William Soares dos Santos: trajetórias e percursos com o italiano.

rarefeito
William Soares dos Santos (Rio de Janeiro, 1972) é Professor de Didática e Prática de Ensino de Português e Italiano da  UFRJ, tradutor do italiano e escritor, deixou uma entrevista para o blog de Partenope com preciosíssimas observações, dicas e curiosidades para todos os que quiserem se aproximar ao estudo do italiano. Viajaremos com ele desde o início da sua “relação com o italiano” , seguindo a interessante trajetória da sua carreira universitária. 
 
William revelou também palavra italiana favorita dele.
Quer saber? Leia até o final e fale para a gente qual a sua!

D: Como aconteceu seu primeiro contato com o italiano e a cultura do Bel Paese?

R: Antes de qualquer coisa, eu gostaria de agradecer o convite para participar de seu blog. Sou admirador de seu trabalho de educadoras e me sinto feliz por contribuir com todas as formas positivas de divulgação das línguas e culturas italianas. Gostaria de parabenizá-las e desejar longa vida e muito sucesso a todo o projeto Partenope, que não se resume ao Blog, mas que constitui um sistema abrangente de formação linguístico-cultural de línguas e culturas italianas voltado para o público brasileiro.

O meu contato com a italianidade vem, digamos, de tempos ancestrais. A minha família materna vem da região da cidade de Castelo, no Espírito Santo, uma cidade profundamente marcada pela imigração italiana. Embora meus avós paternos tenham outras origens (meu avó paterno era de origem indígena e a minha avó materna era filha de portugueses da Ilha da Madeira), eles foram profundamente afetados pela cultura italiana presente na região, sobretudo no que diz respeito à culinária e às formas de interação social (comércio, religião, etc.). Eles, inclusive, casaram dois de seus filhos com descendentes de italianos. Ou seja, eu tive tias de origem italiana e que, de algum modo, transpassavam essa cultura em suas vidas.

D: Porque e quando decidiu investir no italiano como percurso de formação? 

R: Embora a experiência familiar tenha sido importante, ela não necessariamente indica um percurso de formação. Sempre fui atraído por literatura e na hora de decidir o que estudar no ensino superior, optei pelo curso de Letras, sendo aceito para o curso de Letras da UFRJ. Mas não entrei logo para o italiano. Inicialmente, fui cursar língua alemã por admirar e desejar ler os originais das obras de escritores como Herman Hesse, de quem, em minha juventude, fui grande admirador.

A língua italiana (res)surgiu a partir de uma percepção e de um encontro. Em relação à primeira, à medida que avançava em meus estudos na universidade, fui percebendo o quão importantes eram os escritores e movimentos literários italianos para o desenvolvimento da literatura do ocidente.

Em relação ao encontro, este se refere a eu ter conhecido na época o professor, escritor (e hoje acadêmico da Academia Brasileira de Letras) Marco Lucchesi. Fiz um curso optativo com ele sobre literatura italiana e, ao final,  decidi mudar de curso. Era o início da década de noventa, ele era um dos professores mais jovens de seu tempo, com um preparo excepcional e encarregado de ministrar várias disciplinas do curso de italiano. Além de seu enorme conhecimento, ele era um professor muito humano, ensinando generosamente a todos ao seu redor e profundamente apaixonado pela cultura italiana. Fui contagiado por sua motivação e, depois, já como estudante do curso de italiano, tive a oportunidade a alegria de ter sido seu aluno em várias ocasiões.

No curso, tive contato com outros grandes professores que influenciaram o meu percurso. Um deles, foi a professora Caterina Barone, que, devido ao meu bom desempenho em seu curso, me indicou para concorrer a uma bolsa de estudos na ACIB, uma associação de ensino de italiano que existia à época, subvencionada pelo governo italiano. Consegui a bolsa e pude fundamentar ali os conhecimentos desenvolvidos na faculdade e estudar com professores italianos, o que foi uma grande oportunidade para mim.

Outra experiência importante que não posso deixar de mencionar foi a oportunidade de, ainda na Universidade, trabalhar como professor-monitor do CLAC (curso de línguas abertos à comunidade). Lá fui orientado por dois grandes italianistas brasileiros, os professores Carlos Sobral e Annita Gullo. Essa experiência fortaleceu os meus vínculos com a Didática e influenciou profundamente o caminho profissional que eu seguiria posteriormente.

D: Foi suficiente estudar no Brasil ou chegou um momento em que também foi necessário ir para a Itália?

Bom, antes de qualquer coisa, devemos considerar que o estudo nunca é suficiente ou terminado. Estamos sempre aprendendo e refinando os nossos conhecimentos, especialmente em se tratando daqueles que envolvem o universo linguístico de uma língua tão “elástica” quanto o italiano. Ainda tenho muito a aprender e sempre me considero um brasileiro que fala italiano. Pensemos, ainda que qualquer idioma, está sempre em mudança.

R: Grande parte da minha formação se deu mesmo no Brasil. Chegou um período, no entanto, que eu senti a necessidade de estudar na Itália. Eu já era professor universitário e, em um dado momento, me vi responsável por uma turma em que havia estudantes que tinham morado na Itália por um  bom tempo, além disso havia filhos de italianos e até mesmo um italiano. A experiência do curso foi muito positiva, mas comecei a me cobrar mais, o que me levou a buscar ampliar meus horizontes.

Depois de ter feito um exame de proficiência, fui aprovado para fazer um curso voltado para professores de italiano na Università per Stranieri di Perugia.

D: Como foi a sua experiêcia de estudo lá? O que guarda com mais carinho entre as lembranças da Bella vita?

R: O curso era muito intenso. Havia uma escala precisa de aulas que, geralmente, começavam entre oito e dez da manhã e terminavam entre cinco e oito da noite, dependendo do dia.

O que guardo com mais carinho é o meu contato com as pessoas. Seja com alunos, professores ou gente comum da cidade como, por exemplo, um padeiro que conheci na cidade e com o qual eu conversava bastante. Ele adorava música brasileira e me apresentou a uma de suas especialidades, a maravilhosa e inesquecível “crostata di visciole”, uma das especialidades de sua loja. Eu iria à Perugia apenas para comer um pedaço dessa guloseima.

D: Quanto à vida acadêmica, pareceu-lhe muito diferente da do Brasil? Se, sim em que aspecto?

Ressalto que o que vou dizer a seguir é uma impressão geral de minha experiência e que a mesma pode não refletir diferentes realidades acadêmicas no Brasil ou na Itália. Em primeiro lugar, acho que na Itália a cobrança por parte dos professores e da instituição é maior, o que leva os estudantes a se esforçarem mais. Porque sabem que, se não obtiverem o resultado esperado, eles serão reprovados. Acredito que precisamos retomar urgentemente uma cultura de valorização do esforço do estudante no Brasil.

Outro elemento importante que pude desenvolver em minha estadia em Perugia é a percepção de que no Brasil, precisamos urgentemente avançar as nossas relações com a Itália por tudo que uma troca entre ambos os países pode nos oferecer. Em Perugia eu tive a prova da urgência dessa necessidade. Depois de constatar que mais de sessenta por cento dos estudantes, naquela ocasião, eram de origem asiática, fiquei me perguntando porque eles estudavam italiano se (como pude também constatar posteriormente), grande parte deles não seria professor de italiano.

Descobri que eles estudam o italiano para acessarem outros saberes (tecnológicos, agrários, de design, de perfumaria, etc.) que se encontram altamente avançados na Itália. Nesses casos, a língua é só o começo, uma ferramenta importante de acesso. Eu me perguntava porque famílias das classes médias e altas no oriente investiam tanto para que seus filhos estivessem na Itália e descobri que eles estavam na Itália ganhando conhecimento e expertise para retornar aos seus países. Mas no Brasil, na maioria das vezes, ainda somos muito deslumbrados com países de matriz anglo-saxã e nos esquecemos o que países de origem latina, como a Itália, pode nos oferecer.

D: Que projeto de doutorado desenvolveu? Pode explicar um pouquinho?

R:Desenvolvi o meu doutorado em Estudos da Linguagem na Pontifícia Universidade Católica do Rio de Janeiro – PUC-Rio. Na época trabalhei com o estudo de narrativas em contextos específicos. Hoje eu utilizo o mesmo referencial teórico desenvolvido no meu doutorado para investigar narrativas no contexto educacional, mais particularmente, no ensino e aprendizagem de línguas estrangeiras.

D: E agora o que você faz?

R: Atualmente, sou responsável pelas disciplinas de Didática de Português e Italiano e Prática de Ensino de Português e Italiano na Faculdade de Educação da Universidade Federal do Rio de Janeiro (UFRJ). Há três anos atuo, também, como coordenador das disciplinas de formação pedagógica dos cursos de licenciatura para toda a universidade.

D: Qual o contato do italiano com a sua área de trabalho?

R: Hoje me dedico, principalmente à área da Educação. Além do óbvio trabalho cotidiano de refletir a respeito de práticas educacionais envolvendo o ensino de língua italiana, tenho procurado desenvolver um trabalho na universidade que amplie, no contexto brasileiro, o conhecimento a respeito dos educadores italianos e das práticas de educação desenvolvidas e implementadas na Itália. Foi com esse intuito que, em 2014 traduzi o livro Pedagogias da Libertação de autoria de dois educadores italianos (Paolo Vittoria e Antonio Vigilante, o primeiro de Nápoles e o segundo de Foggia) a respeito de dois educadores brasileiros e dois italianos.  Atualmente desenvolvo a tradução de um livro a respeito do grande educador italiano Aldo Capitini (que, coincidentemente, foi professor da Università per Stranieri di Perugia).

D: Como é trabalhar com o italiano nas instituições educativas brasileiras? O que pediria para melhorar?

R: Existem algumas realidades diferentes, mas, como educador, acho que o italiano deve estar presente nas escolas. Precisamos, antes de qualquer trabalho com línguas estrangeiras que se queira ter sucesso no Brasil, ampliar a consciência da necessidade de uma atuação multilinguística na escola. O ensino de línguas estrangeiras na escola não pode ficar reduzido a três ou quatro. Se a educação é algo para a existência, precisamos dar escolhas de vida aos estudantes e uma boa parte dessas escolhas podem se relacionar a quais línguas estrangeiras eles decidam estudar.

D: Qual a sugestão para quem quiser aprender italiano hoje no Brasil? Mencione, por favor, um dos autores de literatura italiana que você gosta mais e o livro que você, sem dúvida, gostaria de traduzir para o português.

R: Antes de eu mencionar os autores é importante que eu diga que a minha relação com a literatura é algo que não terminou em meu processo formativo. Continuo sendo leitor de literatura italiana e, em 2015, iniciei a minha carreira de escritor com o livro de poesia rarefeito. Há um livro de contos no prelo, intitulado Um amor pela editora Ibis Libris do Rio de Janeiro, que deve sair entre junho e julho de 2016. Ambos os trabalhos possuem fortes referências à Itália, obviamente.

Embora eu leia autores contemporâneos, os autores italianos que mais me chamam atenção ainda continuam sendo aqueles que nominamos de clássicos, mas citarei apenas dois autores modernos (del novecento italiano): a poesia de Eugenio Montale (seu poema “I limoni” de seu livro In Limine é um dos meus favoritos) e a prosa de Italo Calvino (eu recomendaria o seu belo livro Il Barone rampante (O Barão sobre as árvores), ao qual sempre retorno.

Gostaria de traduzir qualquer livro do Umberto Eco, mas outras pessoas (como o próprio Marco Lucchesi) já fizeram isso tão bem que, só de pensar na possibilidade, penso no peso da responsabilidade…

D: Pense na sua palavra italiana favorita!

R: Há muitas palavras italianas que me chamam atenção. Mas a minha favorita é “polenta”, simplesmente porque ela me remete à infância. Como a Madeleine do escritor Marcel Proust, ela me faz viajar a um tempo de tias e tios, primas e primas ao redor da refeição que espantava a fome de nosso pequeno, mas ainda sim, grandioso mundo.

Grat@s  William!

Lo staff de Partenope

La fretta è cattiva consigliera? Rossini componeva in 11 giorni!

I geni, matematici o musicisti che siano, sono sempre incompresi nell’epoca di appartenenza. Essi, infatti, producono e apportano un livello di innovazione e freschezza tale da sbaragliare vecchie credenze e anziani concorrenti che non sono disposti a cedere posto e  gloria facilmente.fedora

È il caso di Giachino Rossini (1792-1868), non tutti sanno e immaginano che Il Barbiere di Siviglia ricevette fischi durante la prima esibizione avvenuta al teatro Argentina di Roma il 20 febbraio del 1816.

La ragione di tale avversità del pubblico era la difesa del vecchio modo di fare opera più lento e sentimentale. Esisteva infatti una precedente versione dell’omonima storia dell’ormai vecchio e già noto compositore napoletano Paisiello (1740-1816), sembrava assurdo che un ventitreenne osasse sfidare e oltraggiare con la sua composizione un autore la cui fama e i successi erano già stati confermati nel tempo. Oltraggiare? Ma perché?
In effetti il canone di composizione rossiniano, pur appartenendo allo stesso secolo, risultava essere completamente diverso: pienamente imbevuto di una cultura razionalista e illuminista, la ragione predominava sulla comprensione del mondo. Rossini abbandonava l’eccesso di sentimentalismo proprio dei grandi compositori dell’opera di gusto napoletano sentimentale e lacrimevole. Il dramma semiserio, oltre ad essere prettamente borghese, metteva completamente da parte gli eccessi dell’io lirico dei personaggi, mostrando invece come il motore dell’azione fosse spesso legato a cose basiche e materialiste: i soldi e i beni materiali, ad esempio, sono l’ossessione di molti dei personaggi, è il caso ad esempio del tutore di Rosina. Anche l’amore nella riproposizione rossiniana viene mostrato attraverso inganni, stratagemmi e bugie. Si mostra poco di sentimentale insomma e molto invece della vita reale. La stessa protagonista di Rossini è una donna maliziosa, che sa il fatto suo e che agisce scaltramente, praticamente il contrario della Rosina di Paisiello, che invece è una donna tutta virtù, ingenua e sprovvista della capacità di raggirare eventi e uomini a proprio piacimento.

rossini_1_mGià alla seconda esibizione del Barbiere di Siviglia, il pubblico non poté fare a meno di notare e cogliere l’effervescenza e il ritmo dell’opera che facevano della storia di Baumarchais un’interpretazione unica. In effetti la dinamizzazione dei temi si sposa perfettamente con l’innovazione ritmica rossiniana. Rossini oltre ad utilizzare il famoso crescendo, così indicativo della sua opera che nel tempo ha assunto il nome di crescendo rossiniano, ha fatto della fretta la vera protagonista dell’opera. Il dinamismo dell’azione è incarnato dal ritmo pressante dell’opera che si avvale di tutte le sfumature orchestrali per dare cesure e riprese continue in un’alternanza ritmica favolosa. I personaggi sembrano passare da un evento all’altro spinti da forze esterne e la musica riflette il dinamismo della casualità dei fatti.

In effetti l’intera opera è stata concepita nella fretta, come era di solito avvenire all’epoca, le opere venivano commissionate da una settimana all’altra, alcune volte addirittura  si dava una scadenza di pochi giorni. Si dice che secondo dirette testimonianze dello stesso Rossini che avesse concepito l’intera opera in 11 giorni, secondo altre testimonianze 13, un tempo ristretto e insufficiente per comporre musiche per due atti, tanto che Rossini, come tanti altri noti compositori dell’epoca, fu costretto a “riciclare” da sue opere precedenti alcune musiche inserite ne Il barbiere di Siviglia. Nella lotta contro il tempo a cui erano sottoposti i compositori “dell’industria dell’opera” si prendevano misure poco ortodosse, ma necessarie per rispettare le consegne, ecco perché nella produzione d’opera della seconda metà del XVIII e nella prima metà del XIX secolo si ha la ripetizione di formule fisse e riciclaggio di pezzi che hanno reso simili molte produzioni. Non è il caso de Il barbiere di Siviglia il cui mix risulta assolutamente geniale e di gusto innovatore. La fretta intesa come dinamismo dell’azione e velocità ritmica contribuiscono al tono ironico, vivace e leggero dell’intera opera. Le musiche maggiormente rappresentative di questa vivacità sono Largo al factotum e A un dottor della mia sorte (clicka per ascoltare). Rossini da solo aveva composto a fine carriera 22 opere serie e 18 tra opere buffe e semiserie, una grande eredità che però ad esclusione de Il Barbiere di Siviglia è stata completamente dimenticata.

Curiosità:

Sai qual è il titolo originale dell’opera conosciuta con il nome il Barbiere di Siviglia?

Almaviva, ossia l’inutil precauzione.

Sai cosa diceva Sthendal di Rossini?

Che non sapeva parlare d’amore, era un compositore privo di sentimenti.

L’opera essendo stata composta, pare in soli 11 giorni, ha alcuni brani tratti da opere anteriori.
Ne riconosci uno?

La celebre apertura è tratta dalla precedente Aureliano in Palmira.

La trama completa  dell’opera.

I Sassi, una cittadina del sud Italia e la cultura: nel 2019 risplende Matera come Capitale Europea della Cultura.

A far conoscere i Sassi all’Italia del dopoguerra e al mondo intero ci aveva pensato il romanzo Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, capolavoro uscito nel settembre del 1945, ambientato nella civiltà contadina meridionale. Ma quella “capitale”, parzialmente abitata fino alla metà degli anni sessanta, inizia presto un processo di sfollamento e quando, nel 1964, Pier Paolo Pasolini decide di girare a Matera il suo Vangelo secondo Matteo, non ospita che pochi abitanti.

Purtroppo, per circa un trentennio, Matera con le sue abitazioni/caverna diventa un territorio urbano semi deserto fin quando l’Unesco decide di proclamarla Patrimonio dell’Umanità (1993), segnando di fatto il principio del processo di ripopolamento.

Situata in Basilicata, città molto vivace e creativa, è portatrice di una cultura che vive di fatti contemporanei e di storia antichissima. Di origine preistorica, Matera è scolpita nella roccia calcarea a 400 metri d’altezza sul mare, e per questo chiamata la “città dei sassi”. Quei Rioni infatti costituiscono e rappresentano la simbiosi perfetta tra architettura e natura, un paesaggio che diventa scultura. Di fatto i Sassi rappresentano un ecosistema urbano straordinario, capace di perpetuare un passato preistorico e di fondere il modo di vivere nelle caverne con la modernità.

Ma è nel 2014 che viene raggiunto un altro traguardo d’eccellenza.
Con sette voti su 13, la città lucana viene ufficialmente designata Capitale europea della cultura per il 2019, titolo che, oltre all’Italia, viene assegnato anche a Plovdiv per la Bulgaria. Ma cosa significa diventare Capitale della Cultura? Dal 1985, nell’ambito dell’UE, viene designata ogni anno una città europea che ha la possibilità di presentare se stessa e la propria cultura agli occhi della comunità internazionale. In pieno fermento organizzativo, la Basilicata e la sua Capitale con il tema “Open Future” vuole sfruttare quest’opportunità per dimostrare che la cultura può contribuire a costruire un’Europa migliore e più inclusiva. Il lavoro di preparazione coinvolgerà i cittadini di Matera e le loro comunità creative, economiche e sociali, con il pieno supporto delle autorità locali.

Sicuramente un forte impulso per la cittadina lucana, la prima città del Sud ad essere nominata patrimonio dell’umanità. Da città misconosciuta ad una delle principali città d’arte da visitare.

http://www.beniculturali.it
http://www.matera-basilicata2019.it

Ci lascia Umberto Eco: siamo tutti un po’ orfani

Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita. Chi legge avrà vissuto 5000 anni. La lettura è un’immortalità all’indietro.

 Umberto Eco, 1991.

 Quem não lê, aos 70 anos terá vivido só uma vida. Quem lê, terá vivido 5 mil anos. A leitura é uma imortalidade de trás para frente.

 Umberto Eco, 1991.

Per Umberto Eco, uno dei maggiori intellettuali italiani, morto ieri all’età di 84 anni, la lettura e l’allenamento della memoria sono la base per vivere in umana consapevolezza.

Come intellettuale di spicco ha sempre sostenuto l’importanza dello studio approfondito e della conoscenza vera. Nella società dell’immagine, dello spettacolo e delle nuove tecnologie il miraggio di poter accedere alle conoscenze e al sapere attraverso un click impoverisce la cultura reale delle persone e atrofizza i cervelli.

Tutto ciò che desideriamo sapere sembra essere costantemente a disposizione grazie all’archivio di internet, ai nostri tablet e cellulari intelligenti.

Sarà che avere tutto “a portata di un click” invece di generare più conoscenza sia solo l’input per la circolazione di informazioni superficiali che la memoria non riesce a immagazzinare e che sarà costretta a ricercare costantemente? Questi gli interrogativi e le riflessioni proposte dallo scrittore de “Il nome della Rosa” nella lettera che vi proponiamo.

IMG_7166Noi di Itálica vogliamo ricordare Umberto Eco così, attraverso le sue parole, suggerendo la lettura integrale di una lettera indirizzata al nipote e pubblicata sulla rivista l’Espresso.

In questa lettera il monito di Eco risuona chiaro e forte per tutte le nuove generazioni: il sapere e la conoscenza si costruiscono attraverso un lavoro di studio, ricerca e approfondimento costante e consapevole. Per questo non basta un clik.

I cellulari saranno anche intelligenti, ma noi, senza un’inversione di tendenza, saremo un po’ più poveri di cultura.

 

 

Cosa leggere: clicka qui per leggere la lettera.

Cosa vedere: Clicka qui per vedere il video. Rai Storia, Umberto Eco parla della storia della società e della cultura fino alla II metà del secolo scorso, di società di massa e del giornalismo contemporaneo.

Lo staff di Partenope.