La Biennale di Venezia: Un’immersione nell’incredibile mondo dell’arte nella città sospesa sull’acqua.

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La Biennale di Venezia, che quest’anno festeggia 122 anni di esistenza, è un’esposizione d’arte che si è affermata nel corso degli anni come promotrice di innovazioni artistiche, sempre all’avanguardia, richiamando artisti e spettatori da tutto il mondo nell’incredibile città di Venezia. La sua multidisciplinarità, internazionalismo e grande varietà di opere proposte, dalla danza, al cinema, all’arte figurativa propongono uno spettacolo sorprendente ed unico.

Inaugurata per la prima volta 1894 dall’amministrazione di Venezia sotto il sindaco Riccardo Selvatico, la Biennale di Venezia fu ideata per dare spazio all’arte più contemporanea di artisti selezionati da una giuria ed invitati ad esporre. La mostra sin da subito ha riservato un’area per artisti internazionali, che con il tempo si è espansa fino a dare vita ai Padiglioni Nazionali che oggi ospitano Albania, Argentina, Cile, Repubblica Popolare Cinese, Croazia, Emirati Arabi Uniti, Filippine, Georgia, Indonesia, Irlanda, Italia, Repubblica del Kosovo, Lettonia, Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, Malta, Messico, Nuova Zelanda, Peru, Singapore, Repubblica di Slovenia, Repubblica del Sudafrica, Tunisia e Turchia. Nel 1910 la Biennale cominciò ad ospitare i primi artisti internazionali di grande rilievo, tra cui Klimt, Coubert, Renoir. Fatto curioso, in quell’anno la giuria decise di non esporre un’opera di Picasso, temendo fosse troppo all’avanguardia e avrebbe potuto scioccare i visitatori. Durante il periodo della prima Guerra Mondiale, fra gli anni 1916 e 1918 la Biennale non si tiene, ma riapre nuovamente nel 1920 introducendo le prima avanguardie artistiche che crearono le fondamenta dello stile di sfida e a volte azzardato della Biennale. A partire dal 1930, la Biennale viene finanziata dallo stato Fascista che offre sostanziosi finanziamenti per introdurre nuove discipline, e nel 1932 ha luogo la prima esposizione internazionale cinematografica al mondo alla quale il miglior film è premiato con il tanto desiderato Leone D’oro. Oggi il festival del cinema di Venezia è uno dei più rinomati al mondo, ed ospita le star più famose del mondo cinematografico. Ed è stato testimone di avvenimenti centrali della storia del cinema. Purtroppo i fattori storici portano la Biennale di Venezia a chiudere nuovamente fra il 1943 e il 1945 a causa dello scoppio della seconda Guerra Mondiale, e viene riaperta lentamente nel 1946. Dal secondo dopo-guerra, la Biennale riprende ingrandendosi, invitando artisti sempre più conosciuti e diventa un punto di referenza per gli intenditori di arte contemporanea. Fu proprio la Biennale ad introdurre per la prima volta la Pop Art Americana in Europa nel 1964. In seguito ad alcune contestazioni riguardo all’elitismo della manifestazione artistica, la Biennale che fino al quel momento aveva assegnato un premio alla miglior opera esposta decise di non conferire più il Grande Premio (che viene in seguito re-introdotto), viene però mantenuta la premiazione per il festival della Musica e del Cinema. Viene inoltre introdotta l’iniziativa di avere dei temi per ogni Biennale, fra i più diversi ad a volte anche politici, come nel 1974 quando le manifestazioni presero il titolo di Libertà per il Cile. È anche in questi anni che la Biennale apre lo spazio dell’Arsenale, il padiglione più grande della Manifestazione, situato in ex-fabbriche situate sul bordo dell’acqua, creando luoghi architetturalmente suggestivi. Negli anni più recenti dei 2000, la Biennale si afferma definitivamente come manifestazione artistica mondiale, con la partecipazione di 85 paesi nel 2017, facendo record di affluenza di spettatori stranieri e viene registrato il record di 115.000 visitatori nell’Arsenale dei Giardini nel 2004. Inoltre, la Biennale apre le porte a spettacoli di musica, teatro e danza dal vivo, e spazi dedicati ai giovani, come Il Carnevale Internazionale dei ragazzi a la Biennale College. Essendo la Biennale sempre incline ad oltrepassare la linea del già conosciuto e già visto nel mondo dell’altre, è spesso stata teatro di “scandali”. Come quando, negli anni 30’ fu proiettato al festival del cinema il film Estasi, censurato in diversi paesi in quanto appariva la prima scena di nudo integrale della storia del cinema. Eppure, prima di creare la propria fama di avanguardista, la Biennale di Venezia rifiutò di esporre le opere futuriste negli anni precedenti alla Prima Guerra Mondiale, portando l’artista Marinetti a scrivere un discorso contro le pratiche conservatrici ed elitiste che distribuì nella piazza di San Marco.

Oggi la Biennale di Venezia ospita sette settori principali: arte, architettura, cinema, danza, musica, teatro, e l’archivio storico dove sono conservate tutte le documentazioni delle varie manifestazioni partendo dal 1895. La Biennale di Venezia offre visite guidate per scoprire la storia e i luoghi durante le mostre, oltre a lezioni e seminari per le università e workshop interattivi. Gli spazi che ospitano le esposizioni e le attività sono diversi e tutti con un’eleganza distinta. Le esposizioni di arte e architettura si trovano nei Giardini della Biennale e nell’Arsenale spazi espositivi; le Manifestazioni di danza, musica e teatro si trovano al palazzo Ca’ Giustinian, e all’Arsenale; mentre il festival del cinema si tiene nel Palazzo del Cinema, Palazzo del Casinò, Palabiennale, Sala Giardino più alcune aree esterne.

La Biennale di quest’anno si svolge dal 13 maggio al 26 novembre intorno al tema VIVA ARTE VIVA, annunciato dalla curatrice Christine Macel con questa dichiarazione: “L’arte di oggi, di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo, testimonia la parte più preziosa dell’umano in un momento in cui l’umanesimo è seriamente in pericolo. È il luogo per eccellenza della riflessione, dell’espressione individuale e della libertà, così come dei fondamentali interrogativi. È un “sì” alla vita, a cui certamente spesso segue un “ma”. Più che mai, il ruolo, la voce e la responsabilità dell’artista appaiono dunque cruciali nell’ambito dei dibattiti contemporanei.” Per visitare la Biennale, dopo essersi recarsi a Venezia, è possibile comprare i biglietti per i diversi giorni, attività o esposizioni sul sito nella sezione agenda, dove sono elencati tutti gli avvenimenti e i loro rispettivi luoghi anche se bisogna affrettarsi per riuscire ad andare agli avvenimenti più esclusivi. È inoltre già disponibile la lista dei leoni d’oro assegnati per ogni disciplina, per non perdersi le opere più importanti della manifestazione artistica. Se siete abbastanza fortunati, vi potrete persino imbattere in celebrità di tutto il mondo, di ogni ambito venuti a fare un’immersione del mondo dell’arte. Oltre alla Biennale ufficiale, per tutta la durata del festival artistico, la città di Venezia accoglie eventi non ufficiali degni di nota, feste, esposizioni, ed ogni tipo di manifestazione artistica in una città già magica ed incantevole.

Per scoprire cosa offre quest’anno la Biennale, e comprare i biglietti, basta andare sul sito ufficiale della biennale: http://www.labiennale.org/it

Inoltre, per alcune curiosità sulla mostra del cinema di Venezia date uno sguardo a questo breve video:

Lo staff di Partenope

Entrevista a William Soares dos Santos: trajetórias e percursos com o italiano.

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William Soares dos Santos (Rio de Janeiro, 1972) é Professor de Didática e Prática de Ensino de Português e Italiano da  UFRJ, tradutor do italiano e escritor, deixou uma entrevista para o blog de Partenope com preciosíssimas observações, dicas e curiosidades para todos os que quiserem se aproximar ao estudo do italiano. Viajaremos com ele desde o início da sua “relação com o italiano” , seguindo a interessante trajetória da sua carreira universitária. 
 
William revelou também palavra italiana favorita dele.
Quer saber? Leia até o final e fale para a gente qual a sua!

D: Como aconteceu seu primeiro contato com o italiano e a cultura do Bel Paese?

R: Antes de qualquer coisa, eu gostaria de agradecer o convite para participar de seu blog. Sou admirador de seu trabalho de educadoras e me sinto feliz por contribuir com todas as formas positivas de divulgação das línguas e culturas italianas. Gostaria de parabenizá-las e desejar longa vida e muito sucesso a todo o projeto Partenope, que não se resume ao Blog, mas que constitui um sistema abrangente de formação linguístico-cultural de línguas e culturas italianas voltado para o público brasileiro.

O meu contato com a italianidade vem, digamos, de tempos ancestrais. A minha família materna vem da região da cidade de Castelo, no Espírito Santo, uma cidade profundamente marcada pela imigração italiana. Embora meus avós paternos tenham outras origens (meu avó paterno era de origem indígena e a minha avó materna era filha de portugueses da Ilha da Madeira), eles foram profundamente afetados pela cultura italiana presente na região, sobretudo no que diz respeito à culinária e às formas de interação social (comércio, religião, etc.). Eles, inclusive, casaram dois de seus filhos com descendentes de italianos. Ou seja, eu tive tias de origem italiana e que, de algum modo, transpassavam essa cultura em suas vidas.

D: Porque e quando decidiu investir no italiano como percurso de formação? 

R: Embora a experiência familiar tenha sido importante, ela não necessariamente indica um percurso de formação. Sempre fui atraído por literatura e na hora de decidir o que estudar no ensino superior, optei pelo curso de Letras, sendo aceito para o curso de Letras da UFRJ. Mas não entrei logo para o italiano. Inicialmente, fui cursar língua alemã por admirar e desejar ler os originais das obras de escritores como Herman Hesse, de quem, em minha juventude, fui grande admirador.

A língua italiana (res)surgiu a partir de uma percepção e de um encontro. Em relação à primeira, à medida que avançava em meus estudos na universidade, fui percebendo o quão importantes eram os escritores e movimentos literários italianos para o desenvolvimento da literatura do ocidente.

Em relação ao encontro, este se refere a eu ter conhecido na época o professor, escritor (e hoje acadêmico da Academia Brasileira de Letras) Marco Lucchesi. Fiz um curso optativo com ele sobre literatura italiana e, ao final,  decidi mudar de curso. Era o início da década de noventa, ele era um dos professores mais jovens de seu tempo, com um preparo excepcional e encarregado de ministrar várias disciplinas do curso de italiano. Além de seu enorme conhecimento, ele era um professor muito humano, ensinando generosamente a todos ao seu redor e profundamente apaixonado pela cultura italiana. Fui contagiado por sua motivação e, depois, já como estudante do curso de italiano, tive a oportunidade a alegria de ter sido seu aluno em várias ocasiões.

No curso, tive contato com outros grandes professores que influenciaram o meu percurso. Um deles, foi a professora Caterina Barone, que, devido ao meu bom desempenho em seu curso, me indicou para concorrer a uma bolsa de estudos na ACIB, uma associação de ensino de italiano que existia à época, subvencionada pelo governo italiano. Consegui a bolsa e pude fundamentar ali os conhecimentos desenvolvidos na faculdade e estudar com professores italianos, o que foi uma grande oportunidade para mim.

Outra experiência importante que não posso deixar de mencionar foi a oportunidade de, ainda na Universidade, trabalhar como professor-monitor do CLAC (curso de línguas abertos à comunidade). Lá fui orientado por dois grandes italianistas brasileiros, os professores Carlos Sobral e Annita Gullo. Essa experiência fortaleceu os meus vínculos com a Didática e influenciou profundamente o caminho profissional que eu seguiria posteriormente.

D: Foi suficiente estudar no Brasil ou chegou um momento em que também foi necessário ir para a Itália?

Bom, antes de qualquer coisa, devemos considerar que o estudo nunca é suficiente ou terminado. Estamos sempre aprendendo e refinando os nossos conhecimentos, especialmente em se tratando daqueles que envolvem o universo linguístico de uma língua tão “elástica” quanto o italiano. Ainda tenho muito a aprender e sempre me considero um brasileiro que fala italiano. Pensemos, ainda que qualquer idioma, está sempre em mudança.

R: Grande parte da minha formação se deu mesmo no Brasil. Chegou um período, no entanto, que eu senti a necessidade de estudar na Itália. Eu já era professor universitário e, em um dado momento, me vi responsável por uma turma em que havia estudantes que tinham morado na Itália por um  bom tempo, além disso havia filhos de italianos e até mesmo um italiano. A experiência do curso foi muito positiva, mas comecei a me cobrar mais, o que me levou a buscar ampliar meus horizontes.

Depois de ter feito um exame de proficiência, fui aprovado para fazer um curso voltado para professores de italiano na Università per Stranieri di Perugia.

D: Como foi a sua experiêcia de estudo lá? O que guarda com mais carinho entre as lembranças da Bella vita?

R: O curso era muito intenso. Havia uma escala precisa de aulas que, geralmente, começavam entre oito e dez da manhã e terminavam entre cinco e oito da noite, dependendo do dia.

O que guardo com mais carinho é o meu contato com as pessoas. Seja com alunos, professores ou gente comum da cidade como, por exemplo, um padeiro que conheci na cidade e com o qual eu conversava bastante. Ele adorava música brasileira e me apresentou a uma de suas especialidades, a maravilhosa e inesquecível “crostata di visciole”, uma das especialidades de sua loja. Eu iria à Perugia apenas para comer um pedaço dessa guloseima.

D: Quanto à vida acadêmica, pareceu-lhe muito diferente da do Brasil? Se, sim em que aspecto?

Ressalto que o que vou dizer a seguir é uma impressão geral de minha experiência e que a mesma pode não refletir diferentes realidades acadêmicas no Brasil ou na Itália. Em primeiro lugar, acho que na Itália a cobrança por parte dos professores e da instituição é maior, o que leva os estudantes a se esforçarem mais. Porque sabem que, se não obtiverem o resultado esperado, eles serão reprovados. Acredito que precisamos retomar urgentemente uma cultura de valorização do esforço do estudante no Brasil.

Outro elemento importante que pude desenvolver em minha estadia em Perugia é a percepção de que no Brasil, precisamos urgentemente avançar as nossas relações com a Itália por tudo que uma troca entre ambos os países pode nos oferecer. Em Perugia eu tive a prova da urgência dessa necessidade. Depois de constatar que mais de sessenta por cento dos estudantes, naquela ocasião, eram de origem asiática, fiquei me perguntando porque eles estudavam italiano se (como pude também constatar posteriormente), grande parte deles não seria professor de italiano.

Descobri que eles estudam o italiano para acessarem outros saberes (tecnológicos, agrários, de design, de perfumaria, etc.) que se encontram altamente avançados na Itália. Nesses casos, a língua é só o começo, uma ferramenta importante de acesso. Eu me perguntava porque famílias das classes médias e altas no oriente investiam tanto para que seus filhos estivessem na Itália e descobri que eles estavam na Itália ganhando conhecimento e expertise para retornar aos seus países. Mas no Brasil, na maioria das vezes, ainda somos muito deslumbrados com países de matriz anglo-saxã e nos esquecemos o que países de origem latina, como a Itália, pode nos oferecer.

D: Que projeto de doutorado desenvolveu? Pode explicar um pouquinho?

R:Desenvolvi o meu doutorado em Estudos da Linguagem na Pontifícia Universidade Católica do Rio de Janeiro – PUC-Rio. Na época trabalhei com o estudo de narrativas em contextos específicos. Hoje eu utilizo o mesmo referencial teórico desenvolvido no meu doutorado para investigar narrativas no contexto educacional, mais particularmente, no ensino e aprendizagem de línguas estrangeiras.

D: E agora o que você faz?

R: Atualmente, sou responsável pelas disciplinas de Didática de Português e Italiano e Prática de Ensino de Português e Italiano na Faculdade de Educação da Universidade Federal do Rio de Janeiro (UFRJ). Há três anos atuo, também, como coordenador das disciplinas de formação pedagógica dos cursos de licenciatura para toda a universidade.

D: Qual o contato do italiano com a sua área de trabalho?

R: Hoje me dedico, principalmente à área da Educação. Além do óbvio trabalho cotidiano de refletir a respeito de práticas educacionais envolvendo o ensino de língua italiana, tenho procurado desenvolver um trabalho na universidade que amplie, no contexto brasileiro, o conhecimento a respeito dos educadores italianos e das práticas de educação desenvolvidas e implementadas na Itália. Foi com esse intuito que, em 2014 traduzi o livro Pedagogias da Libertação de autoria de dois educadores italianos (Paolo Vittoria e Antonio Vigilante, o primeiro de Nápoles e o segundo de Foggia) a respeito de dois educadores brasileiros e dois italianos.  Atualmente desenvolvo a tradução de um livro a respeito do grande educador italiano Aldo Capitini (que, coincidentemente, foi professor da Università per Stranieri di Perugia).

D: Como é trabalhar com o italiano nas instituições educativas brasileiras? O que pediria para melhorar?

R: Existem algumas realidades diferentes, mas, como educador, acho que o italiano deve estar presente nas escolas. Precisamos, antes de qualquer trabalho com línguas estrangeiras que se queira ter sucesso no Brasil, ampliar a consciência da necessidade de uma atuação multilinguística na escola. O ensino de línguas estrangeiras na escola não pode ficar reduzido a três ou quatro. Se a educação é algo para a existência, precisamos dar escolhas de vida aos estudantes e uma boa parte dessas escolhas podem se relacionar a quais línguas estrangeiras eles decidam estudar.

D: Qual a sugestão para quem quiser aprender italiano hoje no Brasil? Mencione, por favor, um dos autores de literatura italiana que você gosta mais e o livro que você, sem dúvida, gostaria de traduzir para o português.

R: Antes de eu mencionar os autores é importante que eu diga que a minha relação com a literatura é algo que não terminou em meu processo formativo. Continuo sendo leitor de literatura italiana e, em 2015, iniciei a minha carreira de escritor com o livro de poesia rarefeito. Há um livro de contos no prelo, intitulado Um amor pela editora Ibis Libris do Rio de Janeiro, que deve sair entre junho e julho de 2016. Ambos os trabalhos possuem fortes referências à Itália, obviamente.

Embora eu leia autores contemporâneos, os autores italianos que mais me chamam atenção ainda continuam sendo aqueles que nominamos de clássicos, mas citarei apenas dois autores modernos (del novecento italiano): a poesia de Eugenio Montale (seu poema “I limoni” de seu livro In Limine é um dos meus favoritos) e a prosa de Italo Calvino (eu recomendaria o seu belo livro Il Barone rampante (O Barão sobre as árvores), ao qual sempre retorno.

Gostaria de traduzir qualquer livro do Umberto Eco, mas outras pessoas (como o próprio Marco Lucchesi) já fizeram isso tão bem que, só de pensar na possibilidade, penso no peso da responsabilidade…

D: Pense na sua palavra italiana favorita!

R: Há muitas palavras italianas que me chamam atenção. Mas a minha favorita é “polenta”, simplesmente porque ela me remete à infância. Como a Madeleine do escritor Marcel Proust, ela me faz viajar a um tempo de tias e tios, primas e primas ao redor da refeição que espantava a fome de nosso pequeno, mas ainda sim, grandioso mundo.

Grat@s  William!

Lo staff de Partenope

Ci lascia Umberto Eco: siamo tutti un po’ orfani

Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita. Chi legge avrà vissuto 5000 anni. La lettura è un’immortalità all’indietro.

 Umberto Eco, 1991.

 Quem não lê, aos 70 anos terá vivido só uma vida. Quem lê, terá vivido 5 mil anos. A leitura é uma imortalidade de trás para frente.

 Umberto Eco, 1991.

Per Umberto Eco, uno dei maggiori intellettuali italiani, morto ieri all’età di 84 anni, la lettura e l’allenamento della memoria sono la base per vivere in umana consapevolezza.

Come intellettuale di spicco ha sempre sostenuto l’importanza dello studio approfondito e della conoscenza vera. Nella società dell’immagine, dello spettacolo e delle nuove tecnologie il miraggio di poter accedere alle conoscenze e al sapere attraverso un click impoverisce la cultura reale delle persone e atrofizza i cervelli.

Tutto ciò che desideriamo sapere sembra essere costantemente a disposizione grazie all’archivio di internet, ai nostri tablet e cellulari intelligenti.

Sarà che avere tutto “a portata di un click” invece di generare più conoscenza sia solo l’input per la circolazione di informazioni superficiali che la memoria non riesce a immagazzinare e che sarà costretta a ricercare costantemente? Questi gli interrogativi e le riflessioni proposte dallo scrittore de “Il nome della Rosa” nella lettera che vi proponiamo.

IMG_7166Noi di Itálica vogliamo ricordare Umberto Eco così, attraverso le sue parole, suggerendo la lettura integrale di una lettera indirizzata al nipote e pubblicata sulla rivista l’Espresso.

In questa lettera il monito di Eco risuona chiaro e forte per tutte le nuove generazioni: il sapere e la conoscenza si costruiscono attraverso un lavoro di studio, ricerca e approfondimento costante e consapevole. Per questo non basta un clik.

I cellulari saranno anche intelligenti, ma noi, senza un’inversione di tendenza, saremo un po’ più poveri di cultura.

 

 

Cosa leggere: clicka qui per leggere la lettera.

Cosa vedere: Clicka qui per vedere il video. Rai Storia, Umberto Eco parla della storia della società e della cultura fino alla II metà del secolo scorso, di società di massa e del giornalismo contemporaneo.

Lo staff di Partenope.